sabato 3 giugno 2006

Una Como presbite tra alimbicchi e tralicci

Scrive un lettore della Provincia al direttore: "Mille firme per il cedro. Una dozzina i sottoscrittori al comitato per la solidarietà a Rumesh. Ma che razza di città è mai questa?". Già, che razza di città è? Il cedro, malato o sano che sia, appartiene all'iconografia di questa città: come la resta, la messa in Duomo il giorno di Natale, il Tasell, le suore dell'Ospedale Valduce. Rumesh no. Nell'immaginario comasco Rumesh appartiene a un mondo fatto di persone diverse, che parlano una lingua che non è la nostra, un mondo di titoli a piena pagina su pistole, inseguimenti e pattuglie anti-writers. Un mondo ben poco rassicurante, che come tutti i mondi "altri" esige un approccio non usuale, pena l'indecifrabilità. Ovvio che i comaschi, verdi o meno, si mobilitino per il cedro mentre il comitato per Rumesh stenta a decollare, pur proponendosi di raccogliere una somma ridicola rispetto ai costi che questa città si prepara a sopportare per la Notte Bianca. Tutta qui, la spiegazione? Tutta qui, Como? Difficile dirlo: quello che è certo è che la risposta, se è questa, non soddisfa. C'è, in realtà, una Como presbite, che non legge o non legge più, per gesto o abitudine, la quotidiana aggressione alla delicata imperfezione del paesaggio urbano, carattere durevole della città europea. Una Como indifferente alle somma delle piccole mutilazioni che le vengono di volta in volta imposte in successione solo apparentemente casuale, ogni volta limando la soglia dell'attenzione dei cittadini al bello e, per l'effetto, la pienezza della cittadinanza di cui vanno così fieri. C'è una città che vede il cedro, e c'è una città che non vede i tralicci delle Ferrovie Nord, insolentemente piazzati sul cannocchiale tra la Casa del Fascio e l'abside del Duomo. C'è una città che combatte per l'ippocastano, e c'è una città che nulla dice sul fatto che da due anni l'intorno del Monumento ai Caduti si presenta agli occhi dei visitatori come la più disastrata area di cantiere e non come il contorno di un monumento famoso in tutto il mondo, priva com'è dei cipressi che Terragni voleva segnassero fisicamente un'area dedicata al raccoglimento. Per migliaia di anni si sono realizzati monumenti all'ingresso delle città in modo che il visitatore fosse simbolicamente introdotto alla cifra della comunità: oggi chi arriva a Como dall'autostrada riceve il benvenuto da un enorme alambicco. A ricordare i fasti della Como birraiola? Tutto questo sarà legittimo, ma c'è da chiedersi se sia anche opportuno. L'estetica di questa città sta cambiando: chi è preposto alla sua forma evidentemente non se ne preoccupa, ed anzi incoraggia questi mutamenti. L'importante è che siano a "costo zero" e che in cambio, magari, si tenga l'erba bassa e si sostituisca qualche fiore. Erba bassa e fiori: la perfezione di fronte a Villa Olmo in occasione della mostra di Magritte, la vergogna delle aree verdi in periferia per 365 giorni l'anno. Mille firme per il cedro, poco o niente per Rumesh. Insistere nel negare, nei fatti, che anche un ragazzo cingalese faccia parte di questa città, prefigura per Como quello che Calvino scrisse per Maurilia, dove le cartoline della vecchia città non rappresentavano Maurilia com'era, ma un'altra città, che solo per caso si chiamava come questa.
Lorenzo Spallino
Pubblicato su La Provincia, edizione di Como, del 2 giugno 2006

3 commenti:

cesara pavone ha detto...

Anche oggi si realizzano monumenti all'ingresso delle città : gli ipermercati. Como ha ben tre porte d'ingresso segnate da questi moderni simboli del presente:
Montano Lucino ,l'ipermercato Bennet, chiamato senza pudore "la porta d'Europa"
Lora, doppia porta . supermercato Esselunga, con i suoi smerli da un lato e l'astronave Como Alta, a coprire il paesaggio della collinetta con la chiesa, dall'altro.
Maslianico, la nave dell'ipermercato Bennet, lungo il Breggia.
Non sono forse il miglior simbolo per città che s'offrono come mete turistiche usa e getta ,fungibile luogo, tra altri uguali, di effimero svago?

Lorenzo Spallino ha detto...

Ma guarda ... un segnale di vita intelligente dalla galassia Città Possibile ... Forse qualcuno è ancora vivo!

Marco Castiglioni ha detto...

Di quanto detto sull’argomento alambicco mi sembra che un aspetto non abbia avuto il giusto peso.
La scelta originaria di affidare interventi e manutenzione su superfici ‘a verde’ della città a privati, in cambio di un riscontro pubblicitario, era ed è condivisibile.
E’ condivisibile che il privato intervenga, in cambio di qualcosa, dove il Pubblico ‘non arriva’, ma questo deve avvenire su delle necessità e su dei progetto di evidente interesse pubblico.
Senza entrare nel merito di esempi passati dove il controllo sulla qualità dell’intervento è sfuggito dalle mani dei settori competenti (cito solo i palmizi in prossimità della Torre Gattoni e il prato sintetico sulla Canturina) piuttosto che di disquisizioni sull’effimero e sul permanente, mi sembra che nel caso in oggetto si sia superata non solo la soglia del buon gusto, ma soprattutto quella del senso.
Qualche anno fa, nella stessa Monaco di Baviera tanto citata in questi giorni, in occasione di un viaggio di studio sul verde cittadino, all’interno dell’Englisher Garten ci imbattemmo in una targhetta di acciaio 15 x15 cm. in prossimità di un bellissimo enorme albero. Ingenuamente chiediamo alla nostra autorevole guida se l’iscrizione sia una particolare sigla scientifica; ci risponde sorridendo di no, è il nome dell’azienda che ha sponsorizzato un delicatissimo e costosissimo (quanto invisibile) intervento fitosanitario per salvare il monumento arboreo.
Si sbaglia allora chi mi ha preceduto sui giornali locali, l’alambicco ha delle radici precisamente indigene: la stolta arroganza di chi ci amministra e dei tanti che nelle lasche pieghe di questa si muovono con invidiabile disinvoltura.

 
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